L’unico Moscato rosso nasce in un piccolo comune delle valli bergamasche

Andrea Simone Magri, consigliere del Consorzio Moscato di Scanzo, racconta una produzione di super nicchia, con sole 60mila bottiglie l’anno prodotte da aziende ricche di fascino, nelle colline di Scanzorosciate

 

Andrea Simone Magri è produttore di Moscato di Scanzo, con l’azienda agricola Sereno Magri, e consigliere del Consorzio di tutela di una delle Docg più particolari e affascinanti d’Italia, l’unica che possa vantare un Moscato passito rosso, frutto della coltivazione di una varietà autoctona all’interno del comune bergamasco di Scanzorosciate, per soli 31 ettari di estensione. Una “chicca”, dunque, disponibile per pochi “eletti” poiché la produzione annua si attesta sulle 60mila bottiglie. “Stiamo parlando di un fazzoletto di terreno, in termini produttivi, e di un prodotto di grandissimo prestigio, più unico che raro, ricavato da un vitigno particolare e delicato”, commenta Magri.

 

Quali sono le caratteristiche del Moscato di Scanzo?

Il processo è tradizionale e al tempo stesso complicato. Al momento della raccolta, l’uva deve essere gestita in maniera estremamente delicata, deve affrontare l’appassimento, la diraspatura, la pigiatura e poi l’affinamento in vasca d’acciaio. È un’uva coltivata nelle nostre colline, caratterizzate da forti pendenze e da un’ideale esposizione a sud, in un terreno come il nostro Sass de Luna, formazione calcareo marnosa molto particolare, ad alta mineralità e scarsa disponibilità idrica. Siamo davvero in pochi a produrre il Moscato di Scanzo, una ventina di aziende fanno parte del Consorzio e alcune non arrivano a superare le cento bottiglie per vendemmia. Più che di un business, si tratta di un atto di resistenza, compiuto per mantenere in vita una parte di storia del nostro territorio, con le famiglie che coltivano qualche filare di Moscato con il quale producono il loro Moscato di Scanzo. Un piccolo mondo antico che, proprio per questo, risulta ancora più affascinante.

 

Poi bisogna farlo conoscere, e i numeri non aiutano. Così diventa centrale lo storytelling.

E questo spetta ai produttori da un lato e al nostro Consorzio dall’altro. Negli ultimi anni il percorso è stato intrapreso e sta dando sicuramente i suoi frutti, ma non si fa mai abbastanza. Una delle azioni strategiche messe in cantiere è quella di sdoganare il Moscato di Scanzo dall’essere soltanto un vino da fine pasto. Si può infatti abbinare molto bene ad alcuni primi piatti e alle carni più elaborate. Poi, certamente, è ottimo anche con i formaggi stagionati e come vino da meditazione, ma non solo.

 

E l’enoturismo?

C’è un enorme potenziale di sviluppo, che si basa sul fascino del prodotto e sull’idea romantica della cantina. La mia, per esempio, è la classica cantina in centro storico, il classico ambiente di una volta, quello che la gente immagina quando pensa a una cantina dove si produce un vino storico. Abbiamo ancora la scala in pietra, la discesa, il sasso, l’umidità naturale, tutti quei dettagli che appartengono al passato.

 

Cosa offre il vostro territorio a chi lo visita?

Per prima cosa siamo fortunati, perché ci troviamo nei pressi di una città importante come Bergamo, non lontano da Milano e da Brescia, in prossimità di un aeroporto dove transitano milioni di passeggeri come Orio al Serio. Si tratta di una posizione strategica e che ci porta gruppi di persone da Paesi e da città lontane, attratti dall’idea di trascorrere una serata in una cantina storica. Quando arrivavano i primi visitatori da Londra, ci chiedevamo: ma come hanno fatto a sapere che nel mondo esiste Scanzorosciate e perché ci hanno scelto per festeggiare un evento? Oggi non ci sorprendiamo più e cerchiamo di sfruttare questa opportunità, offrendo formule innovative di visita in cantina e nel territorio.

 

Quali sono oggi le esperienze più interessanti che si possono fare nelle aziende produttrici del Moscato di Scanzo?

Nel mio caso, è in atto uno sviluppo del turismo attivo con percorsi da fare a piedi o con le e-bike, ci sono i pacchetti di esperienze con i picnic in vigna, le semplici e tradizionali degustazioni che funzionano molto bene. E a volte ci appoggiamo al gruppo dei CuStodiS, un gruppo di volontari e narratori locali che accompagnano i visitatori alla scoperta della storia, della cultura e dei vigneti della nostra Docg, portando i visitatori a conoscere i piccoli tesori del nostro comune, che in realtà è l’unione di cinque frazioni (Scanzo, Rosciate, Negroni, Tribulina e Gavarno Vescovado, ndr) e pertanto è formato da cinque centri storici, cinque chiese, cinque oratori, più teatri storici e più storie che si intrecciano.

 

E il Consorzio? Cosa sta facendo per incentivare l’accoglienza nelle singole aziende?

Il Consorzio fa da promotore, 365 giorni l’anno, e poi organizza l’evento clou dell’anno che è rappresentato, a settembre, dalla Festa del Moscato di Scanzo, gestita insieme all’Associazione Strada del Moscato e dei sapori scanzesi. In un solo weekend, l’evento richiama 50-60mila persone, numeri per noi molto grandi.

 

Qual è il piatto tipico del territorio che si sposa perfettamente con il Moscato di Scanzo?

L’esempio più calzante è lo Strachitunt, un formaggio tipico della Val Brembana, che con il nostro vino va davvero a nozze, nell’ottica di un abbinamento tutto locale. Al di là dei classici abbinamenti, partendo da una tesi di laurea che ha riguardato proprio l’argomento del pairing, come Consorzio abbiamo sviluppato diversi percorsi degustativi che hanno dato risultati sorprendenti. Per esempio, con alcuni risotti o con la selvaggina, e poi naturalmente con il cioccolato fondente e con la pasticceria secca che rappresentano casi più usuali.

Intervista a:
Andrea Simone Magri
Consigliere del Consorzio Moscato di Scanzo
Vigneti in collina della Valcalepio, a Bergamo

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