Non è certa l’origine del nome Croatina, ma la versione più accreditata è che derivi dal termine dialettale “croatta” ossia cravatta, a indicare che si trattava dell’uva da cui si ricavava il vino dei giorni di festa, quando ci si veste bene e quando tradizionalmente gli uomini indossavano, appunto, la cravatta.
Di certo c’è invece la localizzazione di questo vitigno, che lega i propri destini alla fascia collinare dell’Appennino tra Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna.
La Croatina è quindi, storicamente, l’uva dell’Oltrepò Pavese, quella da cui si ricava la Bonarda (che da disciplinare può contenere altre tipologie a bacca rossa come Barbera, Vespolina e Uva Rara, fino a un massimo del 15%), ma anche l’uva del Buttafuoco e del Sangue di Giuda, sempre in Oltrepò, e del San Colombano Rosso nel territorio a sud della provincia di Milano.
È un’uva tenace, resistente all’oidio, capace di adattarsi ai terreni collinari e argillosi di queste zone di confine tra quattro regioni (arriva fino alla Liguria). La Croatina si riconosce per il suo grappolo grande e conico, spesso alato, con acini tondi dal colore turchino e dalla buccia spessa e pruinosa.
È un vitigno vigoroso, che ama le potature lunghe e le forme di allevamento tradizionali, e che matura tardi, regalando il meglio di sé tra fine settembre e inizio ottobre. Le sue foglie, ampie e pentagonali, d’autunno si accendono di rosso e giallo, dipingendo i filari come un quadro vivente. Sono circa 4.000 gli ettari coltivati a Croatina solo in Oltrepò Pavese.
Il vino che si ottiene dal vitigno Croatina è di colore rosso rubino, fruttato e speziato al palato: si può bere già l’anno successivo alla raccolta, ma ha un potenziale di invecchiamento ancora in buona parte inesplorato.


